

Quando ascolto la canzone “Piazza Alimonda” di Guccini non posso fare a meno di ripensare a quel terribile giorno. Solo Francesco è stato in grado di descrivere con parole vere e profonde quel tragico avvenimento.
…..
Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere…..
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione…..
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione…..
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare…..
La “salvia splendens” luccicava, copre un’aiuola triangolare
Purtroppo nel momento in cui Carlo fu colpito, io ero in quella piazza. Il rombo degli elicotteri, gli spari dei lacrimogeni, la carica della polizia e le urla dei manifestanti sono ricordi che hanno cambiato la mia vita!
Ricordo quei momenti veri,
Con i soffici cavalieri,
Armati alla tenzone
con plexiglas e cartone!
ripenso a quei sognatori
di mondi migliori.
Feci il tuo percorso
però ho un rimorso,
vistami senza scampo,
abbandonai il campo.
Mentre tu araldo biondo,
andasti fino in fondo
e in una sola mossa
varcasti per noi la zona rossa.
Ora tu sei per me
Come Zapata e il Che.
Scrissi questi versi qualche giorno dopo la morte di Carlo, in confronto al testo di Guccini non sono niente ma vogliono essere la testimonianza di chi sperava in:
“UN ALTRO MONDO E’ POSSIBILE”

Culodritto

Regaz, questa è un'emozione speciale, di quelle che le persone normali si tengono privatissime ed in effetti mi domando perchè scriverne -ma c'è sempre un motivo per gli impulsi, e seguirli mi ha sempre portato bene. Per cui.
Per cui sono qua a parlarvi di una canzone del "nostro" unica per lucidità e impatto; la scrisse per sua figlia, nel 1987, quando lei aveva pochi anni e tutto ancora da sbagliare. Io compivo i tredici anni, una indisponente saputella troppo bionda, troppo amata, troppo sicura delle proprie radici per temere il futuro.
Usciva l'album Signora Bovary, uno dei più densi ed intensi degli ultimi anni, da ascoltare e capire parola dopo parola --cos'è una gnosi? e chi sono i weather report? Un mondo, un intero mondo in musica e parole, da odorare ed assorbire lentamente, in lunghe immersioni fatte di autoradio sull'appennino, io e mio padre, in un ascolto che è comunione. Ne ho ricordi precisi, limpidissimi, di luce tra le querce e nuove consapevolezze -erano canzoni "grandi", per una ragazzina tanto stupida. Era formidabile lanciarsi nell'impresa di capirle, di farle mie, contagiata dalla magia che intuitivamente percepivo.
Naturalmente, noi si cambia e si cresce e nella canzone si leggono le parole da un diverso punto di vista, se ne scopre impensate ampiezze, assonanze più malinconiche -e muta l'emozione di un tempo, si rinnova, si ispessisce. Tranne che per quest'unica, Culodritto: che ogni volta mi ripiomba, immutata, con la stessa forza potente del primissimo ascolto -assieme agli occhi verdissimi, che ridono, di mio padre.
Ha inchiodato l'attimo, la potenzialità ancora tutta da esprimere, il passaggio di testimone; e ritrovo a sorpresa la stessa dolce stretta al cuore, quando la radio me la spara a tradimento proprio mentre sto guardando il mio culodritto sgambettare deciso, in caccia di sbagli. Godendomi la fiducia totale che credevo perduta per sempre, e che è ancora qua -solo che dall'altra parte della mano ci sono io, adesso.



Ogni volta che transito nei pressi della “Fiumara”, il moderno centro commerciale, sorto sulle ceneri della fabbrica Elettromeccanica Ansaldo, mi assale sempre più spesso una strana rabbia.
Guardo con ammirazione l’imponente locomotiva rossa e nera, costruita all’inizio del secolo scorso, dal glorioso stabilimento genovese ed ora in esposizione in un angolo, su di un binario morto. Complice, forse la canzone di Guccini, colonna sonora della mia gioventù, mi assale un desiderio irrefrenabile di accendere le caldaie e tra sbuffi di vapore e assordanti fischi di sirena, partire senza indugio, emulando il gesto che fece il fuochista anarchico Pietro Rigosi (20/07/1893). Sogno di cavalcare la locomotiva, e di lanciarmi contro le ingiustizie e le prepotenze dei potenti, riscattando le angherie subite dalle vecchie generazioni e perpetuate alle nuove.
Giò
E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo
pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.
Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura
e prima di pensare a quel che stava a fare,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura...
Guccini
Sono onorata di essere stata invitata a scrivere su questo blog,dedicato a Francesco Guccini.
Ho decisco di trasferire qui il mio post, per condividere con voi le mie sensazioni. Guccini è stato la colonna sonora della mia gioventù,vissuta in un periodo di grandi contestazioni(1968). Le sue canzoni ancora oggi che sono quasi una vecchietta, mi aiutano a respiare una boccata d'aria pura in questo mondo che mi fa sempre più paura!

Guccini viene spesso definito il cantante di una generazione, più spesso ancora il cantante che abbraccia due generazioni, che è capace di far sognare giovani e adulti. Nulla di più qualunquista, spesso e volentieri. Come se le sue canzoni piacessero a vecchi e giovani. Che è vero, ma per capire il fenomeno, è opportuno analizzare la musica nel suo complesso. La musica "per giovani" oggi, è leggera, musicalmente semplice e testualmente poco impegnata, quando, e se, il testo è comprensibile, perchè italiano, e sensato, visto che per un'estate intera il tormentone era "dammi tre parole, sole cuore e amore". Di Guccini, invece, il testo è comprensibile. E "abbraccia" generazioni. No, semplicemente, ha un repertorio sconfinato. E quindi, le stesse canzoni piacciono ai giovani, perchè son state scritte per i giovani da un Guccini giovane, ma anche ai "meno giovani", perchè ricordano loro la gioventù. Poi c'è il suo essere comunista, rivoluzionario, anarchico, o come volete definirlo. Ma questo impegno politico intacca solo in parte, e neppure una parte così grossa, il Guccini che amiamo. Francesco Guccini scrive sulla vita, o su come gli spettatori la vivono, sull'amore e sull'odio, sull'essere lasciati, sulla bellezza, sul sesso, e sulla politica, certo. Perchè è solo la società odierna italiana che ci fa pensare che la politica possa essere una cosa marginale, o separata, dagli altri aspetti della vita, quando invece, insegnava Gaber, libertà è partecipazione. Il novo Guccio può essere definito oltre il '98, anno in cui uscì il doppio cd live, e poi dal nuovo millennio, con Stagioni. Gli arrangiamenti sono di un Guccini che sembra aver scoperto il jazz, e Inverno '60, con uno dei migliori clarinetti allora in circolazione, se non il migliore clarinettista jazz italiano di tutti i tempi, Hengel Gualdi. Gli arrangiamenti sono certamente più curati, più pieni, ma i musicisti che "ronzano" attorno al maestrone sono sempre stati validi, e certamente la loro eccletticità regala sempre un concerto che vale il costo del biglietto. Le "nuove" canzoni, dunque, danno voce a un Guccini vecchio, perchè maturo. a sessant'anni, è una presa in giro. Perchè canzoni che fanno parlare un ora sessantasettenne, con arrangiamenti lontani dal facile e conosciuto possano allora piacere ai giovani, è una domanda che contiene in sè il germe della risposta. Il facile e il conosciuto sono elementi essenziali per la musica usa e getta che gira, purtroppo, oggigiorno, vittima di un mercato che stronca i meno prolifici, e provate voi a pubblicare ogni anno, o ogni due, provando, chessò, a comporre in 11/8. (i fortunati possessori del vinile de L'isola non trovata troveranno i ringraziamenti di Guccini a Vince Tempera, che riuscì a dissuaderlo, per l'appunto, di cercare di utilizzare il tempo suddetto). Ma a un sessantasettenne i cui musicisti sono sempre più autori degli arrangiamenti, e delle musiche, non gliene frega nulla di un tempo in grancassa di quattro quarti. Può rilassarsi, può fare musica, e testi, più alti, meno facili, al primo ascolto, ma molto più soddisfacenti ai seguenti. E poi, ovvio, c'è lo zoccolo duro dei fan, che lo seguiranno sempre, per quello che è, anzichè per quello che fa. Per quello che rappresenta. Secondo taluni il trez d'union fra Fabrizio De Andrè e Francesco De Gregori (bisogna pur tentare di accomunare i cantautori, no?). Per me, un cantante e un uomo di talento e dote. E, anche, perchè no, uno di quei vecchi a cui lui ha sempre portato rispetto, e che ora merita lo stesso rispetto.

Siiiiiii chiamava Fantoni Cesira, era la figlia di un alcolizzato.

Uno degli album che preferisco in assoluto, del vate, è "Opera buffa".
Lo ascoltavo fin da quand'ero bambina, cantavamo le canzoni a memoria, in macchina, con le gemelle e la cugi; coretti infarciti di risate e grasse erre arrotate -ci sono rimaste, come eredità condivisa, le frasi a commento di mille situazioni di vita vissuta. Quelle che ti basta intonare le prime sillabe e già l'altra ride, tipo:
ma se mi prendono i cinque secoli.. o la spastica carezza, o la corruzione -che quand'è iniziata non c'è più niente che può fermarla, e il braccio la pertica e il pezzolone, fino al meraviglioso: svegliati sono il tuo Dio, declamato a gran voce da mio padre in uno dei suoi classici deliri d'onnipotenza da dopopranzo.
Insomma, restano nel parlato quelle parole familiari che in un attimo riportano ad un'atmosfera speciale
-quella che spiega il Guccio nel booklet del Cd: "L'idea c'era da tempo, una specie di "altra faccia di...", o fermare in un certomodo qualcuna di quelle serate "dal vivo", col pubblico attore che parla e ride e io che gigioneggio, recito, mi diverto."
E insieme a lui ci si diverte anche noi, pubblico che vuole restare attore pure a distanza, nonostante il filtro vinilico, e partecipa al recitato con puntuale cadenza -sia mai che ci sfugga un caschè del bello, o un falsetto da vciàza alla Fìra d' San Lazar, senza scazzare una pausa che sia una. Anni ed anni di reiterato ascolto, ed ogni volta la grassa risata di pancia che sale in gola, per tutto l'album senza sosta alcuna.
I personaggi, ormai, sono clichèt accompagnati da bizzarre immagini della mia fantasia -mi vedo la Sguazzinelli Argia, che sta in fondo alla via, al centoventitrè, a sbucciare agli per la peperonata di domenica, che mangerà poi tutta la settimana nella gavettina da operaia. Immagino il figlio scuro e peloso, tra azzurre e sensuali abatjours, lontano da una mamma gigantesca quanto l'Italia, strabordante di seni e colline cicciose, odorante di soffritto e ciccioli, sudata di pianto e fatica. Un Dio, d'antica origine modenese da parte di madre, che sfulmina cancheri tra l'universo e il terrigno, che cita love story e mangia surgelati.
Quindi, in teoria, avrei dovuto essere un po' più preparata quando la mia nuova vicina di casa s'è presentata: "Piacere, Fantoni."


Tanti, eravamo davvero in tanti, il palasport di Palermo era affollatissimo. Guccini come sempre puntuale ha aperto il concerto con “In morte di S.F.” meglio conosciuta come “Canzone per un’amica” dell’album Folk Beat N. I. Non so se per una sorta di fioretto ma gli appassionati di Guccini dovrebbero sapere che questa canzone dal ’67 ad oggi ha sempre occupato il primo posto della scaletta musicale del Nostro. In un mix di commenti politici, botta e risposta con il pubblico e frecciate al chitarrista argentino Flaco Biondini, Francesco Guccini non ha mai perso la verve del cantautore politicamente impegnato, dell’insegnante rigoroso che esige scolari disciplinatamente seduti, del buontempone che non rinuncia mai ad un buon bicchiere di vino.
Nonostante le sue canzoni rimarchino costantemente l’inesorabile fugacità del tempo, la lucidità del disincanto, la consapevolezza che ogni cosa sia destinata a mutare; come a volersi contraddire Guccini tende a rimanere icona. Deride il suo look giovanile, rinnova la capigliatura da figlio dei fiori e manda in pensione l’eskimo, ma rimane sempre fortemente legato ai suoi ideali. Riesce tutt’oggi a infondere la speranza che qualcosa possa cambiare, si commuove ancora cantando delle lotte partigiane, sembra proprio che gli esiti delle battaglie sessantottine non siano riusciti ad inoculargli il cinismo dei nostri tempi.
No, lui no, lui ha ancora la forza, la forza di accontentare il pubblico con una canzone fuori scaletta, la forza di tenere due ore e mezza di concerto, la forza di credere che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge. All’età di 67 anni Francesco Guccini ha una forza che io non ho.
La chiusura del concerto non può che essere suggellata da “la Locomotiva”, nove minuti di canzone sono sufficienti ad abituarti all’idea che il concerto stia per concludersi, e te li godi tutti questi minuti, perchè sai che fuori nel mondo, fuori dal palasport di Palermo incombe l’eclissi.

