
Eccolo qua, di nuovo. Dedichiamo un pezzo ad Ulisse. Una persona a chi lo dedicherebbe? All'eroe, a Penelope che aspetta, a Telemaco che cresce, agli dei che lo stimano. Lui no. Lui la dedica all'uomo. E riempie tutto di grecità, metro, musica, e testo pieno di riferimenti. Iniziamo da come si apre, percussioni, uno strumento a corde che non è chitarra, potrebbe essere una kithara, una cetra, poi pianoforte, percussioni dal sapore antico e, quando inizia la voce, anche quel che sembrerebbe un flauto di pan. Il metro. Perchè il ragazzo non si accontenta. No, lui canta in endecasillabi, il metro più letterato che l'italiano può permettersi, fin da Dante, perchè riprodurre l'esametro dattilico sarebbe stata impresa che Carducci tentò, ma lì si parla d'altri temi. Rima semplice, ABAB, ma non mi aspettavo del resto terzine con rima incatenata.
Bisogna che lo affermi fortemente
che certo, non appartenevo al mare
anche se dei d'olimpo e umana gente
mi sospinsero un giorno a navigare
e se guardavo l'isola petrosa
ulivi e armenti, sopra ogni collina,
c'era il mio cuore al sommo d'ogni cosa,
c'era l'anima mia, che è contadina.
"Bisogna che", alla greca, Xpn (Kre, ma in greco queste sono le lettere che più ci assomigliano), bisogna che lo si affermi, o meglio, Odysseus sente il bisogno di dirlo, che di sicuro non era un navigatore, l'epoca in cui vengono narrate le gesta è l'epoca arcaica, quella dei re pastori, ancora non dediti al commercio frenetico, ma dei d'olimpo e umana gente, i primi per lo screzio dela mela alla più bella, i secondi per il giuramento prestato da tutti coloro che aspirarono alla mano di Elena, lo spinsero a doversi mettere in mare. Guardando l'isola petrosa (che, insieme a "umana gente" hanno sapore di epiteti dati solo per poter finire il verso, tipici della tradizione orale), ulivi e armenti, ovvero agricoltura e pastorizia, c'era il suo cuore, sopra ogni cosa, perchè lui stesso aveva messo la propria forza, per quelle cose avrebbe dato la vita, e c'era l'anima (notare l'anafora: c'era, e il chiasmo, mio cuore/anima mia, così come quello precedente, dei d'olimpo/umana gente) e l'anima, lui la dice "contadina", ovvero attaccata alla terra.
Un'isola di aratro e di frumento
senza le vele, senza i pescatori
il sudore e la terra, erano argento
il vino e l'olio erano i miei ori.
Ma se tu guardi un monte che hai di faccia
senti che ti sospinge a un altro monte
un'isola, col mare che l'abbraccia
ti chiama a un'altra isola di fronte
L'isola era d'aratro e di frumento, basata sui culti antichi della terra, e così sono il sudore e la terra ad essere preziosi, e il vino e l'olio il non plus ultra. Disse, al concerto, il Guccio, "Odysseus non è un marinaio... un po' come voi sardi, no? Voi siete isolani, ma alla fin fine, non siete gente di mare, no?" Esatto, no. Ma Odysseus è diverso. Ha dalla sua la curiosità, la stessa che lo porterà all'inferno, per Dante, e se un monte non fa che spingerti a scoprirne un altro, un'isola cui attorno tutto è mare, ti chiama a visitare l'isola vicina.
E diedi un volto a quelle mie chimere
le navi costruì di forma ardita
concavi navi dalle vele nere
e nel mare cambiò quella mia vita.
E il mare trascurato mi travolse
seppi che il mio futuro era sul mare
con un dubbio però che non si sciolse
senza futuro era il mio navigare?
Tutti quei sogni ebbero finalmente un volto, una faccia, e secondo me, tesi azzardata, lo so, il Guccio usa apposta l'ambiguità del significato di "chimera", sia come sogno, desiderio, come cose che svaniscono nella realtà, ma anche come mostro da combattere, incrocio strano eppure pericoloso, come un contadino sul mare. E costruisce le navi, di forma ardita, e, giusto per far godere un po' lo studente che c'è in me, e che di figure retoriche vive e si eccita, mette due tipici epiteti omerici, concavi navi e vele nere, e li dispone a chiasmo: aggettivo, nome / nome aggettivo, e, dice, quella sua vita, da contadino, cambiò nel mare. Il mare trascurato, ovvero il dio Poseidone, cui dichiara di non avere più bisogno, come sembrava non avesse bisogno del mare, e così doppiamente trascura il mare, e ovviamente non fa altro che metterselo contro, e lo travolse. Seppe che il suo futuro, dieci anni, sarebbe stato sul mare, ma con lo stesso dubbio che rende così sublime la doppiezza della rima: il mio futuro era sul mare, ovvero era navigare, ma il mio navigare aveva un futuro? E senza sicurezza se sarebbe tornato vivo, la sua avventura comincia.
Ma nel futuro trame di passato
si uniscono a brandelli di presente
ti esalta l'acqua e al gusto del salato
brucia la mente.
E ad ogni viaggio reinventarsi un mito
a ogni incontro ridisegnare il mondo
e perdersi nel gusto del proibito
sempre più in fondo.
Ma nel futuro, trame di passato si uniscono a brandelli di presente. Voglio scioglierla, se mi riesce. Il mio futuro è tornare in patria, riincontrare mio figlio, Telemaco, la mia trama di passato, che si unisce a brandelli di presente, un po' perchè quando lo incontrerò sarà uomo come lo sono io, un po' perchè nel frattempo è lui che sta cercando mie notizie. E nel frattempo l'acqua esalta, il mare diverte, quasi, ma fa anche impazzire il gusto del salato delle ondate che arrivano contro, ed è difficile tenere la ragione. Ma intanto GUccini fa di più, inserisce quella che sembra una sincope, e i primi tre endecasillabi finiscono con un verso di cinque sillabe, la cui rima è perfetta, e mi piacerebbe ritrovare la strofa in poesia. Ad ogni viaggio reinventarsi un mito, come quello di Polifemo, che diventa il mito del ciclope accecato, o di Circe, e ad ogni incontro ridisegnare il mondo, ritrovare la strada, capire qualcosa di più di quel piccolo stagno mediterraneo ("Viviamo attorno a un mare come rane intorno ad uno stagno", Platone), e iniziare una spirale sempre più profonda a non riconoscere alcun dio, semidio, maga, mostro o imposizione, fino anche, secondo alcuni, a superare le colonne d'Ercole, lo stretto di Gibilterra, insomma, superare lo stagno ed entrare nell'oceano, peccato simile a quello di Adamo con il frutto della conoscenza del bene e del male.
E andare in giorni bianchi come arsura
soffio di vento e forza delle braccia
mano al timone, sguardo nella pura
schiuma che lascia effimera una traccia.
Andare nella notte che ti avvolge
scrutando delle stelle il tremolare
in alto l'Orsa e un segno che ti volge
diritto verso il Nord della Polare.
Viaggiare in giorni bianchi, come l'arsura che gli divora la gola, a vela o a remi (soffio di vento e forza delle braccia), tenendo una mano al timone, guardando la pura schiuma, pura perchè bianca, che lascia forse la traccia più effimera che esista, e nel frattempo Guccio infila un enjambement, un rimandare a capo, subito dopo pura. Questa è un'altra figura che adoro: la notte che ti avvolge, quando non vedi nulla attorno a te, e allora cerchi il tremolare delle stelle, cerchi l'Orsa maggiore, cerchi la Stella polare che ti volga diritto verso Nord.
E andare come spinto dal destino
verso una guerra, verso l'avventura
e tornare contro ogni vaticino,
contro gli dei e contro la paura.
E andare verso isole incantate,
verso altri amori, verso forze arcane
compagni persi e navi naufragate
per mesi, anni, o soltanto settimane.
Doppiezza anche qui: Odysseus va "come" spinto dal destino, perchè tutte le profezie sapevano che doveva andare in guerra, e poi avventurarsi, ma torna anche, e stavolta torna contro ogni previsione, vaticino, contro gli dei che gli erano ostili, e anche contro la paura del mare che avrebbe potuto fermarlo mille volte: da Calypso, da Nausicaa. Ma lui torna. Ma prima viaggia, verso isole incantate, altri amori, Calypso, forze arcane, Circe, che trasformava gli uomini in porci, esattamente come tutti potrebbero pensare, porci proprio nel senso di dediti solo al mangiare e alla lussuria senza altro che li distinguesse dalle bestie, con compagni persi tra Circe, Polifemo, le sirene, navi naufragate (delle tre navi piene d'uomini, solo Ulisse tornerà...) per quel che sembrano soltanto settimane, e poi, se non erro nell'isola di Calypso, si rivelano mesi ed anni.
La memoria confonde e da l'oblio
chi era Nausicaa, e dove le Sirene?
Circe e Calipso perse nel brusio
di voci che non so legare assieme
mi sfuggono il timone, vela, remo,
la frattura fra inizio ed il finire,
l'urlo dell'accecato Polifemo
ed il mio navigare per fuggire.
La memoria, in dieci anni, si confonde, e i dettagli si sfocano, persone dimenticate, e voci del brusio dei compagni, che non saprebbe più ricondurre all'uno o all'altro. Sfuggono le cose più essenziali, i dettagli di navigazione, il momento più duro, ma soprattutto la frattura fra inizio ed il finire, perchè gli sembra d'essere da una vita in mare e che per una vita resterà sul mare, ma poi ricorda che l'inizio fu l'urlo dell'accecato Polifemo, e la sua avventura non fu che una fuga per scappare da Polifemo, da Poseidone, da se stesso.
E fuggendo si muore e la mia morte
sento vicina quanto tutto tace
sul mare, e maledico la mia sorte
non trovo pace,
forse perchè sono rimasto solo,
ma allora non tremava la mia mano
e i remi mutai in ali al folle volo
oltre l'umano.
Fuggendo, a volte, si muore, e la morte sembra sempre più vicina, quando tutto tace attorno, quando l'inquietudine mi pervade, non trovo pace, maledico la mia sorte, e forse sono inquieto perchè sono solo, ma allora, quando cominciai, non avevo così paura, e i remi diventano ali, per il mio volo folle che va oltre i limiti segnati all'uomo. Della serie "nun ci famo mancà gnente", il Nostro aggiunge anche una citazione direttamente dalla Divina Commedia: i remi mutai in ali al folle volo da lì viene, infatti, e oltre l'umano sono le già citate colonne d'Ercole.
La via del mare segna false rotte
ingannevole in mare ogni tracciato,
solo leggende perse nella notte
perenne di chi un giorno mi ha cantato
donandomi però un'eterna vita
racchiusa in versi, in ritmi, in una rima,
dandomi ancora la gioia infinita
di entrare in porti sconoscuti prima
Il mare, l'andare pel mare, da falsi insegnamenti, o uno solo valido, che del mare non bisogna fidarsi, perchè ogni tracciato è ingannevole, e quel che si può sapere son solo leggende la cui origine è persa nella notte (dei tempi, perciò perenne), ma grazia Omero, che un giorno parlò di me, mi ha donato vita eterna, perchè ancora di me si parla, attraverso versi, ritmi, rime (come quelle del Guccio del 2004...), dandomi la gioia infinita di entrare in porti, o in menti, che prima non conoscevo. Finisce così citando il piacere più grade di Ulisse, l'uomo per antonomasia: la curiosità e la conoscenza che grandi fecero i Greci.
