Tanti, eravamo davvero in tanti, il palasport di Palermo era affollatissimo. Guccini come sempre puntuale ha aperto il concerto con “In morte di S.F.” meglio conosciuta come “Canzone per un’amica” dell’album Folk Beat N. I. Non so se per una sorta di fioretto ma gli appassionati di Guccini dovrebbero sapere che questa canzone dal ’67 ad oggi ha sempre occupato il primo posto della scaletta musicale del Nostro. In un mix di commenti politici, botta e risposta con il pubblico e frecciate al chitarrista argentino Flaco Biondini, Francesco Guccini non ha mai perso la verve del cantautore politicamente impegnato, dell’insegnante rigoroso che esige scolari disciplinatamente seduti, del buontempone che non rinuncia mai ad un buon bicchiere di vino.
Nonostante le sue canzoni rimarchino costantemente l’inesorabile fugacità del tempo, la lucidità del disincanto, la consapevolezza che ogni cosa sia destinata a mutare; come a volersi contraddire Guccini tende a rimanere icona. Deride il suo look giovanile, rinnova la capigliatura da figlio dei fiori e manda in pensione l’eskimo, ma rimane sempre fortemente legato ai suoi ideali. Riesce tutt’oggi a infondere la speranza che qualcosa possa cambiare, si commuove ancora cantando delle lotte partigiane, sembra proprio che gli esiti delle battaglie sessantottine non siano riusciti ad inoculargli il cinismo dei nostri tempi.
No, lui no, lui ha ancora la forza, la forza di accontentare il pubblico con una canzone fuori scaletta, la forza di tenere due ore e mezza di concerto, la forza di credere che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge. All’età di 67 anni Francesco Guccini ha una forza che io non ho.
La chiusura del concerto non può che essere suggellata da “la Locomotiva”, nove minuti di canzone sono sufficienti ad abituarti all’idea che il concerto stia per concludersi, e te li godi tutti questi minuti, perchè sai che fuori nel mondo, fuori dal palasport di Palermo incombe l’eclissi.
