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L'isola non trovata

L'isola non trovata
lunedì, 06 agosto 2007

Culodritto

Regaz, questa è un'emozione speciale, di quelle che le persone normali si tengono privatissime ed in effetti mi domando perchè scriverne -ma c'è sempre un motivo per gli impulsi, e seguirli mi ha sempre portato bene. Per cui. 

Per cui sono qua a parlarvi di una canzone del "nostro" unica per lucidità e impatto; la scrisse per sua figlia, nel 1987, quando lei aveva pochi anni e tutto ancora da sbagliare. Io compivo i tredici anni, una indisponente saputella troppo bionda, troppo amata, troppo sicura delle proprie radici per temere il futuro.
Usciva l'album Signora Bovary, uno dei più densi ed intensi degli ultimi anni, da ascoltare e capire parola dopo parola --cos'è una gnosi? e chi sono i weather report? Un mondo, un intero mondo in musica e parole, da odorare ed assorbire lentamente, in lunghe immersioni fatte di autoradio sull'appennino, io e mio padre, in un ascolto che è comunione. Ne ho ricordi precisi, limpidissimi, di luce tra le querce e nuove consapevolezze -erano canzoni "grandi", per una ragazzina tanto stupida. Era formidabile lanciarsi nell'impresa di capirle, di farle mie, contagiata dalla magia che intuitivamente percepivo.

Naturalmente, noi si cambia e si cresce e nella canzone si leggono le parole da un diverso punto di vista, se ne scopre impensate ampiezze, assonanze più malinconiche -e muta l'emozione di un tempo, si rinnova, si ispessisce. Tranne che per quest'unica, Culodritto: che ogni volta mi ripiomba, immutata, con la stessa forza potente del primissimo ascolto -assieme agli occhi verdissimi, che ridono, di mio padre.

Ha inchiodato l'attimo, la potenzialità ancora tutta da esprimere, il passaggio di testimone; e ritrovo a sorpresa la stessa dolce stretta al cuore, quando la radio me la spara a tradimento proprio mentre sto guardando il mio culodritto sgambettare deciso, in caccia di sbagli. Godendomi la fiducia totale che credevo perduta per sempre, e che è ancora qua -solo che dall'altra parte della mano ci sono io, adesso.

postato da: radiobeba alle ore 19:41 | link | commenti (3)
categorie: canzoni, generazioni, tempi
martedì, 10 luglio 2007

Modifiche - parte seconda.

Forte della mia discografia completata, eccetto la nuova platinum collection, chiedo a voi, le vostre canzoni preferite del Guccio, e l'album di provenienza (personalmente, ad esempio, di ogni canzone, preferisco il live della "live collection", nonostante quello registrato all'Anfiteatro mi vedesse parte del pubblico). Se tutto va bene, appena avrò inserito un tot buono di canzoni, sostituirò l'onnipresente "isola non trovata" con una più gradevole compilation. Au revoir

postato da: musik alle ore 13:00 | link | commenti (11)
categorie: canzoni
sabato, 14 aprile 2007

Siiiiiii  chiamava Fantoni Cesira, era la figlia di un alcolizzato.

Uno degli album che preferisco in assoluto, del vate, è "Opera buffa".

Lo ascoltavo fin da quand'ero bambina, cantavamo le canzoni a memoria, in macchina, con le gemelle e la cugi; coretti infarciti di risate e grasse erre arrotate -ci sono rimaste, come eredità condivisa, le frasi a commento di mille situazioni di vita vissuta. Quelle che ti basta intonare le prime sillabe e già l'altra ride, tipo:
ma se mi prendono i cinque secoli..  o la spastica carezza, o la corruzione -che quand'è iniziata non c'è più niente che può fermarla, e il braccio la pertica e il pezzolone, fino al meraviglioso: svegliati sono il tuo Dio, declamato a gran voce da mio padre in uno dei suoi classici deliri d'onnipotenza da dopopranzo.
Insomma, restano nel parlato quelle parole familiari che in un attimo riportano ad un'atmosfera speciale
 -quella che spiega il Guccio nel booklet del Cd:  "L'idea c'era da tempo, una specie di "altra faccia di...", o fermare in un certomodo qualcuna di quelle serate "dal vivo", col pubblico attore che parla e ride e io che gigioneggio, recito, mi diverto."
E insieme a lui ci si diverte anche noi, pubblico che vuole restare attore pure a distanza, nonostante il filtro vinilico, e partecipa al recitato con puntuale cadenza -sia mai che ci sfugga un caschè del bello, o un falsetto da vciàza alla Fìra d' San Lazar, senza scazzare una pausa che sia una. Anni ed anni di reiterato ascolto, ed ogni volta la grassa risata di pancia che sale in gola, per tutto l'album senza sosta alcuna.
I personaggi, ormai, sono clichèt accompagnati da bizzarre immagini della mia fantasia -mi vedo la Sguazzinelli Argia, che sta in fondo alla via, al centoventitrè, a sbucciare agli per la peperonata di domenica, che mangerà poi tutta la settimana nella gavettina da operaia. Immagino il figlio scuro e peloso, tra azzurre e sensuali abatjours, lontano da una mamma gigantesca quanto l'Italia, strabordante di seni e colline cicciose, odorante di soffritto e ciccioli, sudata di pianto e fatica. Un Dio, d'antica origine modenese da parte di madre, che sfulmina cancheri tra l'universo e il terrigno, che cita love story e mangia surgelati.
Quindi, in teoria, avrei dovuto essere un po' più preparata quando la mia nuova vicina di casa s'è presentata: "Piacere, Fantoni."

postato da: radiobeba alle ore 16:01 | link | commenti (1)
categorie: canzoni
giovedì, 05 aprile 2007

Venerdì santo

So' tempi tristi...Buona Pasqua


Venerdì santo

da Folk Beat n. 1 [1967]


Venerdì Santo, prima di sera, c'era l'odore di primavera;
Venerdì Santo, le chiese aperte mostrano in viola che Cristo è morto;
Venerdì Santo, piene d'incenso sono le vecchie strade del centro
o forse è polvere che in primavera sembra bruciare come la cera.

Venerdì Santo, stanchi di gente, siamo in un buio fatto di niente
Venerdì Santo, anche l'amore sembra languore di penitenza
Venerdì Santo, muore il Signore, tu muori amore fra le mie braccia,
poi viene sera resta soltanto dolce un ricordo: Venerdì Santo...

Venerdì Santo, prima di sera, c'era l'odore di primavera;
Venerdì Santo, le chiese aperte mostrano in viola che Cristo è morto;
Venerdì Santo, piene d'incenso sono le vecchie strade del centro
o forse è polvere che in primavera sembra bruciare come la cera.

Venerdì Santo, stanchi di gente, siamo in un buio fatto di niente
Venerdì Santo, anche l'amore sembra languore di penitenza
Venerdì Santo, muore il Signore, tu muori amore fra le mie braccia,
poi viene sera resta soltanto dolce un ricordo: Venerdì Santo...

postato da: Falloppio alle ore 22:40 | link | commenti (5)
categorie: canzoni
venerdì, 03 novembre 2006

Odysseus

Eccolo qua, di nuovo. Dedichiamo un pezzo ad Ulisse. Una persona a chi lo dedicherebbe? All'eroe, a Penelope che aspetta, a Telemaco che cresce, agli dei che lo stimano. Lui no. Lui la dedica all'uomo. E riempie tutto di grecità, metro, musica, e testo pieno di riferimenti. Iniziamo da come si apre, percussioni, uno strumento a corde che non è chitarra, potrebbe essere una kithara, una cetra, poi pianoforte, percussioni dal sapore antico e, quando inizia la voce, anche quel che sembrerebbe un flauto di pan. Il metro. Perchè il ragazzo non si accontenta. No, lui canta in endecasillabi, il metro più letterato che l'italiano può permettersi, fin da Dante, perchè riprodurre l'esametro dattilico sarebbe stata impresa che Carducci tentò, ma lì si parla d'altri temi. Rima semplice, ABAB, ma non mi aspettavo del resto terzine con rima incatenata.

Bisogna che lo affermi fortemente
che certo, non appartenevo al mare
anche se dei d'olimpo e umana gente
mi sospinsero un giorno a navigare
e se guardavo l'isola petrosa
ulivi e armenti, sopra ogni collina,
c'era il mio cuore al sommo d'ogni cosa,
c'era l'anima mia, che è contadina.

"Bisogna che", alla greca, Xpn (Kre, ma in greco queste sono le lettere che più ci assomigliano), bisogna che lo si affermi, o meglio, Odysseus sente il bisogno di dirlo, che di sicuro non era un navigatore, l'epoca in cui vengono narrate le gesta è l'epoca arcaica, quella dei re pastori, ancora non dediti al commercio frenetico, ma dei d'olimpo e umana gente, i primi per lo screzio dela mela alla più bella, i secondi per il giuramento prestato da tutti coloro che aspirarono alla mano di Elena, lo spinsero a doversi mettere in mare. Guardando l'isola petrosa (che, insieme a "umana gente" hanno sapore di epiteti dati solo per poter finire il verso, tipici della tradizione orale), ulivi e armenti, ovvero agricoltura e pastorizia, c'era il suo cuore, sopra ogni cosa, perchè lui stesso aveva messo la propria forza, per quelle cose avrebbe dato la vita, e c'era l'anima (notare l'anafora: c'era, e il chiasmo, mio cuore/anima mia, così come quello precedente, dei d'olimpo/umana gente) e l'anima, lui la dice "contadina", ovvero attaccata alla terra.

Un'isola di aratro e di frumento
senza le vele, senza i pescatori
il sudore e la terra, erano argento
il vino e l'olio erano i miei ori.
Ma se tu guardi un monte che hai di faccia
senti che ti sospinge a un altro monte
un'isola, col mare che l'abbraccia
ti chiama a un'altra isola di fronte

L'isola era d'aratro e di frumento, basata sui culti antichi della terra, e così sono il sudore e la terra ad essere preziosi, e il vino e l'olio il non plus ultra. Disse, al concerto, il Guccio, "Odysseus non è un marinaio... un po' come voi sardi, no? Voi siete isolani, ma alla fin fine, non siete gente di mare, no?" Esatto, no. Ma Odysseus è diverso. Ha dalla sua la curiosità, la stessa che lo porterà all'inferno, per Dante, e se un monte non fa che spingerti a scoprirne un altro, un'isola cui attorno tutto è mare, ti chiama a visitare l'isola vicina.

E diedi un volto a quelle mie chimere
le navi costruì di forma ardita
concavi navi dalle vele nere
e nel mare cambiò quella mia vita.
E il mare trascurato mi travolse
seppi che il mio futuro era sul mare
con un dubbio però che non si sciolse
senza futuro era il mio navigare?

Tutti quei sogni ebbero finalmente un volto, una faccia, e secondo me, tesi azzardata, lo so, il Guccio usa apposta l'ambiguità del significato di "chimera", sia come sogno, desiderio, come cose che svaniscono nella realtà, ma anche come mostro da combattere, incrocio strano eppure pericoloso, come un contadino sul mare. E costruisce le navi, di forma ardita, e, giusto per far godere un po' lo studente che c'è in me, e che di figure retoriche vive e si eccita, mette due tipici epiteti omerici, concavi navi e vele nere, e li dispone a chiasmo: aggettivo, nome / nome aggettivo, e, dice, quella sua vita, da contadino, cambiò nel mare. Il mare trascurato, ovvero il dio Poseidone, cui dichiara di non avere più bisogno, come sembrava non avesse bisogno del mare, e così doppiamente trascura il mare, e ovviamente non fa altro che metterselo contro, e lo travolse. Seppe che il suo futuro, dieci anni, sarebbe stato sul mare, ma con lo stesso dubbio che rende così sublime la doppiezza della rima: il mio futuro era sul mare, ovvero era navigare, ma il mio navigare aveva un futuro? E senza sicurezza se sarebbe tornato vivo, la sua avventura comincia.

Ma nel futuro trame di passato
si uniscono a brandelli di presente
ti esalta l'acqua e al gusto del salato
brucia la mente.
E ad ogni viaggio reinventarsi un mito
a ogni incontro ridisegnare il mondo
e perdersi nel gusto del proibito
sempre più in fondo.

Ma nel futuro, trame di passato si uniscono a brandelli di presente. Voglio scioglierla, se mi riesce. Il mio futuro è tornare in patria, riincontrare mio figlio, Telemaco, la mia trama di passato, che si unisce a brandelli di presente, un po' perchè quando lo incontrerò sarà uomo come lo sono io, un po' perchè nel frattempo è lui che sta cercando mie notizie. E nel frattempo l'acqua esalta, il mare diverte, quasi, ma fa anche impazzire il gusto del salato delle ondate che arrivano contro, ed è difficile tenere la ragione. Ma intanto GUccini fa di più, inserisce quella che sembra una sincope, e i primi tre endecasillabi finiscono con un verso di cinque sillabe, la cui rima è perfetta, e mi piacerebbe ritrovare la strofa in poesia. Ad ogni viaggio reinventarsi un mito, come quello di Polifemo, che diventa il mito del ciclope accecato, o di Circe, e ad ogni incontro ridisegnare il mondo, ritrovare la strada, capire qualcosa di più di quel piccolo stagno mediterraneo ("Viviamo attorno a un mare come rane intorno ad uno stagno", Platone), e iniziare una spirale sempre più profonda a non riconoscere alcun dio, semidio, maga, mostro o imposizione, fino anche, secondo alcuni, a superare le colonne d'Ercole, lo stretto di Gibilterra, insomma, superare lo stagno ed entrare nell'oceano, peccato simile a quello di Adamo con il frutto della conoscenza del bene e del male.

E andare in giorni bianchi come arsura
soffio di vento e forza delle braccia
mano al timone, sguardo nella pura
schiuma che lascia effimera una traccia.
Andare nella notte che ti avvolge
scrutando delle stelle il tremolare
in alto l'Orsa e un segno che ti volge
diritto verso il Nord della Polare.

Viaggiare in giorni bianchi, come l'arsura che gli divora la gola, a vela o a remi (soffio di vento e forza delle braccia), tenendo una mano al timone, guardando la pura schiuma, pura perchè bianca, che lascia forse la traccia più effimera che esista, e nel frattempo Guccio infila un enjambement, un rimandare a capo, subito dopo pura. Questa è un'altra figura che adoro: la notte che ti avvolge, quando non vedi nulla attorno a te, e allora cerchi il tremolare delle stelle, cerchi l'Orsa maggiore, cerchi la Stella polare che ti volga diritto verso Nord.

E andare come spinto dal destino
verso una guerra, verso l'avventura
e tornare contro ogni vaticino,
contro gli dei e contro la paura.
E andare verso isole incantate,
verso altri amori, verso forze arcane
compagni persi e navi naufragate
per mesi, anni, o soltanto settimane.

Doppiezza anche qui: Odysseus va "come" spinto dal destino, perchè tutte le profezie sapevano che doveva andare in guerra, e poi avventurarsi, ma torna anche, e stavolta torna contro ogni previsione, vaticino, contro gli dei che gli erano ostili, e anche contro la paura del mare che avrebbe potuto fermarlo mille volte: da Calypso, da Nausicaa. Ma lui torna. Ma prima viaggia, verso isole incantate, altri amori, Calypso, forze arcane, Circe, che trasformava gli uomini in porci, esattamente come tutti potrebbero pensare, porci proprio nel senso di dediti solo al mangiare e alla lussuria senza altro che li distinguesse dalle bestie, con compagni persi tra Circe, Polifemo, le sirene, navi naufragate (delle tre navi piene d'uomini, solo Ulisse tornerà...) per quel che sembrano soltanto settimane, e poi, se non erro nell'isola di Calypso, si rivelano mesi ed anni.

La memoria confonde e da l'oblio
chi era Nausicaa, e dove le Sirene?
Circe e Calipso perse nel brusio
di voci che non so legare assieme
mi sfuggono il timone, vela, remo,
la frattura fra inizio ed il finire,
l'urlo dell'accecato Polifemo
ed il mio navigare per fuggire.

La memoria, in dieci anni, si confonde, e i dettagli si sfocano, persone dimenticate, e voci del brusio dei compagni, che non saprebbe più ricondurre all'uno o all'altro. Sfuggono le cose più essenziali, i dettagli di navigazione, il momento più duro, ma soprattutto la frattura fra inizio ed il finire, perchè gli sembra d'essere da una vita in mare e che per una vita resterà sul mare, ma poi ricorda che l'inizio fu l'urlo dell'accecato Polifemo, e la sua avventura non fu che una fuga per scappare da Polifemo, da Poseidone, da se stesso.

E fuggendo si muore e la mia morte
sento vicina quanto tutto tace
sul mare, e maledico la mia sorte
non trovo pace,
forse perchè sono rimasto solo,
ma allora non tremava la mia mano
e i remi mutai in ali al folle volo
oltre l'umano.

Fuggendo, a volte, si muore, e la morte sembra sempre più vicina, quando tutto tace attorno, quando l'inquietudine mi pervade, non trovo pace, maledico la mia sorte, e forse sono inquieto perchè sono solo, ma allora, quando cominciai, non avevo così paura, e i remi diventano ali, per il mio volo folle che va oltre i limiti segnati all'uomo. Della serie "nun ci famo mancà gnente", il Nostro aggiunge anche una citazione direttamente dalla Divina Commedia: i remi mutai in ali al folle volo da lì viene, infatti, e oltre l'umano sono le già citate colonne d'Ercole.

La via del mare segna false rotte
ingannevole in mare ogni tracciato,
solo leggende perse nella notte
perenne di chi un giorno mi ha cantato
donandomi però un'eterna vita
racchiusa in versi, in ritmi, in una rima,
dandomi ancora la gioia infinita
di entrare in porti sconoscuti prima

Il mare, l'andare pel mare, da falsi insegnamenti, o uno solo valido, che del mare non bisogna fidarsi, perchè ogni tracciato è ingannevole, e quel che si può sapere son solo leggende la cui origine è persa nella notte (dei tempi, perciò perenne), ma grazia Omero, che un giorno parlò di me, mi ha donato vita eterna, perchè ancora di me si parla, attraverso versi, ritmi, rime (come quelle del Guccio del 2004...), dandomi la gioia infinita di entrare in porti, o in menti, che prima non conoscevo. Finisce così citando il piacere più grade di Ulisse, l'uomo per antonomasia: la curiosità e la conoscenza che grandi fecero i Greci.

postato da: musik alle ore 16:37 | link | commenti (4)
categorie: canzoni
mercoledì, 25 ottobre 2006

Una canzone

Guccini è poesia. Metro: quartine composte da un ottasillabo e 3 decasillabi, schema ABAB

La canzone è una penna e un foglio
così fragili fra queste dita,
è quel che non è, è l’erba voglio
ma può essere complessa come la vita.

Ipallage, innanzitutto. Non il foglio e la penna, ma sono le dita ad essere fragili, perchè segnate da tempo e vecchiaia. Filosofia, che Aristotele, ma prima ancora Parmenide, tremerebbero: è quello che non è, è ciò che non esiste, infatti, è l'erba voglio, quella che non può crescere neppure nel giardino del re ma, nonostante la sua non esistenza, o forse semplicemente la sua metafisicità e il suo stare oltre la realtà, può essere complessa non più, ma come la vita, ovvero l'uomo nella sua forma più attinente alla realtà.

La canzone è una vaga farfalla
che vola via nell’aria leggera,
una macchia azzurra, una rosa gialla,
un respiro di vento la sera,

Una vaga farfalla, o ancor meglio, una farfalla vaga, che vola via nell'aria leggera della musica, che altro non è che vibrazioni dell'aria, come quelle delle ali delle farfalle, che si dice possono provocare tornado dall'altra parte del mondo, una macchia azzurra, come quella di chi fissa a lungo il sole, ma deve distogliere lo sguardo, come un autore che fissa la realtà, ma deve distogliere lo sguardo, e allora ciò che gli rimane è una macchia confusa, una testimonianza della potenza della realtà, l'unica cosa che può riportare di quello che ha visto, una rosa gialla, non rossa d'amore, magari, non bianca candida, ma la rosa di cui pochi conoscono il significato, un respiro di vento la sera, non giorno, non notte, non. Non essere, per l'appunto. E un respiro di vento, come se la natura fosse persona e potesse prendere forma per mostrarsi e farsi descrivere.

una lucciola accesa in un prato,
un sospiro fatto di niente
ma qualche volta se ti ha afferrato
ti rimane per sempre in mente

Una piccola luce che si muove e che tu segui con lo sguardo, un sospiro fatto di niente, come niente è la canzone, come il sospiro era il respiro del vento, ma nonostante l'impalpabilità della canzone, può prenderti e restarti in mente, come piccolo motivetto o come pensiero fisso del suo significato (Canzone del Maggio, di De Andrè, in Storia di un Impiegato).

e la scrive gente quasi normale
ma con l’anima come un bambino
che ogni tanto si mette le ali
e con le parole gioca a rimpiattino.

Quasi normale, perchè deve aprire le sue emozioni, musicare parole e ritmarle, con l'anima come un bambino che si sorprende ancora per ogni cosa che vede (Il fanciullino, di Pascoli), e che ogni tanto prende le ali, e vola nell'iper uranio, cerca le idee, le parole, e ci gioca a rincorrersi, a metterle una dietro l'altra (Platone, ma anche Cyrano: tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali).

La canzone è una stella filante
che qualche volta diventa cometa
una meteora di fuoco bruciante
però impalpabile come la seta.

La canzone è un gioco di parole, una stella filante, uno scherzo di carnevale, che però prende forma, brucia, ma la sua inconsistenza rimane, al tatto, ma non ai sensi, che la riconoscono, cui può mettere i brividi.

La canzone può aprirti il cuore
con la ragione o col sentimento
fatta di pane, vino, sudore
lunga una vita, lunga un momento.

La canzone può colpire i tuoi sentimenti (Venezia, Metropolis) il tuo raziocinio (La Locomotiva), fatta del pane, del vino, del sudore che il Nostro consuma nel comporlo, e può essere lunga, la sua preparazione, ma anche la sua narrazione, una vita o un momento (La tua libertà, pubblicata 33 anni dopo, Canzone per un'amica, composta in un pomeriggio; Stagioni, dalla morte del Che ad oggi, Autogrill, il singolo momento dell'incontro con la ragazza al banco). 

Si può cantare a voce sguaiata
quando sei in branco, per allegria
o la sussurri appena accennata
se ti circonda la malinconia

Può essere una chitarra, un focolare, una canzone di compagnia per ridere, giocare, ma anche un sussurro cantato a sè, il motivetto, o quella frase che piace tanto, che ci fa sentire bene: "non starò più a cercare, parole che non trovo, per dirti cose vecchie, con il vestito nuovo".

e ti ricorda quel canto muto
la donna che ha fatto innamorare
le vite che tu non hai vissuto
e quella che tu vuoi dimenticare.

Quel canto fatto tra se e se ricorda, a volte, la donna che si è innamorata di noi, con quella canzone, o una vita che avremmo voluto, e non potremo, vivere, o la nostra stessa vita, che nella malinconia richiamiamo per scacciare,

La canzone è una scatola magica
spesso riempita di cose futili
ma se la intessi d’ironia tragica
ti spazza via i ritornelli inutili;

La canzone è un magico contenitore di idee, spesso futili e quotidiane, ma quando invece la si intesse con argomenti ben migliori, tutte le altre canzonette sono solo ricordo, e quella domina i tuoi pensieri, non piccoli tormentoni tipo Asereje, ma grandi idee, come Cyrano.

è un manifesto che puoi riempire
con cose e facce da raccontare
esili vite da rivestire
e storie minime da ripagare

Un manifesto, un qualcosa che stili per comunicare, un cartellone da appendere nella via più vista, e può essere riempito con i dettagli visti nella propria vita, facce e cose da raccontare, o magari vite esili, sottili, magre, da rivestire, persone che vogliamo ricordare, o storie apparentemente nulle e prive d'importanza, da ripagare, da ringraziare, perchè in realtà l'importanza che hanno avuto è stata alta.

fatta con sette note essenziali
e quattro accordi cuciti in croce
sopra chitarre più che normali
ed una voce che non è voce
ma con carambola lessicale
può essere un prisma di rifrazione
cristallo e pietra filosofale
svettante in aria come un falcone.

L'analisi fisica della poesia, semplicemente note che si susseguono, quattro accordi, il giro normale, chitarre normalissime, non chissà quale cimelio di Jimi Hendrix, ed una voce che non è voce perchè anzichè parlare, canta (anche se in Cyrano, la differenza è davvero difficile da riconoscere), MA, e qui v'è il nodo, con carambola lessicale, e questo è il genio, nella parola "carambola lessicale", c'è una carambola lessicale, ovvero una di quelle espressioni ardue, se non impossibili da musicare, un po' come "considerevole" ne L'Eccezione, può essere un prisma di rifrazione, un oggetto che divide la musica nei suoi componenti, che da una sola luce, la canzone, isola testo, musica, accordi, strumenti, cristallo, di per se prezioso o pietra filosofale, che rende prezioso, al tocco, qualunque cosa, svettante in aria, si solleva con rabbia, come un falcone, pronto a prendere la sua preda.

Perché può nascere da un male oscuro
che è difficile diagnosticare
fra il passato appesa e il futuro,
lì presente e pronta a scappare
e la canzone diventa un sasso
lama, martello, una polveriera
che a volte morde e colpisce basso
e a volte sventola come bandiera.

Qua Guccini sale d'un tono, escamotage che ha imparato per raggiungere un climax maggiore, il cui sublime è raggiunto ne "La Locomotiva", dove i cambi di tonalità sono quattro, andando da Do, a Re, a Mib, a Re e a Do, e come la Locomotiva, può nascere da un male oscuro, che è difficile diagnosticare, o come il Male di Vivere, di Montale, appesa fra il passato e il futuro, ovvero proprio lì, nel presente sfuggevole perchè solo orizzonte di due mari temporali, la canzone diventa un'arma, dalla più preistorica alla più innovativa, ma sempre rozza, che a volte, per l'appunto, è scorretta e combatte e fa combattere come in arcaici combattimenti, con morsi e colpi bassi, e altre invece, sventola come una bandiera che si fa riconoscere, anzi, è essa stesso segno di riconoscimento.

La urli allora un giorno di rabbia
la getti in faccia a chi non ti piace
un grimaldello che apre ogni gabbia
pronta ad irridere chi canta e tace.

Qua tre canzoni fanno capire tutto: L'Avvelenata, Addio e Cyrano, perchè la urli in un giorno di rabbia "a culo tutto il resto", la getti in faccia a chi non ti piace "voi critici voi personaggi austeri" "e dico addio a chi si dichiara democratico, ma anche fondamentalista perchè non si sa mai, e anche quello di destra ha i suoi pregi, ed è simpatico, perchè non si sa mai", "infilerò la  penna fin dentro al vostro orgoglio", pronta ad irridere, a prendere in giro, chi canta e tace, ovvero chi canta senza dir nulla, senza esprimere nulla, ma solo concatenando senza senso una parola dietro l'altra (e in tutta la carriera, smentitemi, non ho mai sentito una canzone simile da parte di Guccini)

Però alla fine è fatta di fumo
veste la stoffa delle illusioni,
nebbie, ricordi, pena, profumo:
son tutto questo le mie canzoni

Però alla fine, nonostante tutto l'effetto, la canzone torna ad essere quel che non è, fatta di fumo che si dissolve come l'ultimo accordo suonato, esattamente come le illusioni, e le sue canzoni diventano solo nebbie, quel che non è stato, ma che gli è sembrato, ricordi del passato, pene del presente e profumo di futuro, ovvero tutti gli angoli della vita, quel che è stato, quel che è, quel che sarà o potrebbe essere e quello che sarebbe potuto essere.

Ma ascoltata così, questa canzone magari non aveva significato, se non analizzata parola per parola. Ma metteva i brividi. E ci sarebbero tante cose da dire, ancora, tipo che con una voce, un sax, un pianoforte, delle percussioni accennate, nessuna traccia di basso e un'ombra di chitarra, Francesco abbia potuto comporre un pezzo così apparentemente senza forma e così, invece, poetico e filosofico.

E quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare, ho ancora tante cose da raccontare, per chi vuole ascoltare, e a culo tutto il resto.

postato da: musik alle ore 23:30 | link | commenti (5)
categorie: canzoni