Culodritto

Regaz, questa è un'emozione speciale, di quelle che le persone normali si tengono privatissime ed in effetti mi domando perchè scriverne -ma c'è sempre un motivo per gli impulsi, e seguirli mi ha sempre portato bene. Per cui.
Per cui sono qua a parlarvi di una canzone del "nostro" unica per lucidità e impatto; la scrisse per sua figlia, nel 1987, quando lei aveva pochi anni e tutto ancora da sbagliare. Io compivo i tredici anni, una indisponente saputella troppo bionda, troppo amata, troppo sicura delle proprie radici per temere il futuro.
Usciva l'album Signora Bovary, uno dei più densi ed intensi degli ultimi anni, da ascoltare e capire parola dopo parola --cos'è una gnosi? e chi sono i weather report? Un mondo, un intero mondo in musica e parole, da odorare ed assorbire lentamente, in lunghe immersioni fatte di autoradio sull'appennino, io e mio padre, in un ascolto che è comunione. Ne ho ricordi precisi, limpidissimi, di luce tra le querce e nuove consapevolezze -erano canzoni "grandi", per una ragazzina tanto stupida. Era formidabile lanciarsi nell'impresa di capirle, di farle mie, contagiata dalla magia che intuitivamente percepivo.
Naturalmente, noi si cambia e si cresce e nella canzone si leggono le parole da un diverso punto di vista, se ne scopre impensate ampiezze, assonanze più malinconiche -e muta l'emozione di un tempo, si rinnova, si ispessisce. Tranne che per quest'unica, Culodritto: che ogni volta mi ripiomba, immutata, con la stessa forza potente del primissimo ascolto -assieme agli occhi verdissimi, che ridono, di mio padre.
Ha inchiodato l'attimo, la potenzialità ancora tutta da esprimere, il passaggio di testimone; e ritrovo a sorpresa la stessa dolce stretta al cuore, quando la radio me la spara a tradimento proprio mentre sto guardando il mio culodritto sgambettare deciso, in caccia di sbagli. Godendomi la fiducia totale che credevo perduta per sempre, e che è ancora qua -solo che dall'altra parte della mano ci sono io, adesso.

Guccini viene spesso definito il cantante di una generazione, più spesso ancora il cantante che abbraccia due generazioni, che è capace di far sognare giovani e adulti. Nulla di più qualunquista, spesso e volentieri. Come se le sue canzoni piacessero a vecchi e giovani. Che è vero, ma per capire il fenomeno, è opportuno analizzare la musica nel suo complesso. La musica "per giovani" oggi, è leggera, musicalmente semplice e testualmente poco impegnata, quando, e se, il testo è comprensibile, perchè italiano, e sensato, visto che per un'estate intera il tormentone era "dammi tre parole, sole cuore e amore". Di Guccini, invece, il testo è comprensibile. E "abbraccia" generazioni. No, semplicemente, ha un repertorio sconfinato. E quindi, le stesse canzoni piacciono ai giovani, perchè son state scritte per i giovani da un Guccini giovane, ma anche ai "meno giovani", perchè ricordano loro la gioventù. Poi c'è il suo essere comunista, rivoluzionario, anarchico, o come volete definirlo. Ma questo impegno politico intacca solo in parte, e neppure una parte così grossa, il Guccini che amiamo. Francesco Guccini scrive sulla vita, o su come gli spettatori la vivono, sull'amore e sull'odio, sull'essere lasciati, sulla bellezza, sul sesso, e sulla politica, certo. Perchè è solo la società odierna italiana che ci fa pensare che la politica possa essere una cosa marginale, o separata, dagli altri aspetti della vita, quando invece, insegnava Gaber, libertà è partecipazione. Il novo Guccio può essere definito oltre il '98, anno in cui uscì il doppio cd live, e poi dal nuovo millennio, con Stagioni. Gli arrangiamenti sono di un Guccini che sembra aver scoperto il jazz, e Inverno '60, con uno dei migliori clarinetti allora in circolazione, se non il migliore clarinettista jazz italiano di tutti i tempi, Hengel Gualdi. Gli arrangiamenti sono certamente più curati, più pieni, ma i musicisti che "ronzano" attorno al maestrone sono sempre stati validi, e certamente la loro eccletticità regala sempre un concerto che vale il costo del biglietto. Le "nuove" canzoni, dunque, danno voce a un Guccini vecchio, perchè maturo. a sessant'anni, è una presa in giro. Perchè canzoni che fanno parlare un ora sessantasettenne, con arrangiamenti lontani dal facile e conosciuto possano allora piacere ai giovani, è una domanda che contiene in sè il germe della risposta. Il facile e il conosciuto sono elementi essenziali per la musica usa e getta che gira, purtroppo, oggigiorno, vittima di un mercato che stronca i meno prolifici, e provate voi a pubblicare ogni anno, o ogni due, provando, chessò, a comporre in 11/8. (i fortunati possessori del vinile de L'isola non trovata troveranno i ringraziamenti di Guccini a Vince Tempera, che riuscì a dissuaderlo, per l'appunto, di cercare di utilizzare il tempo suddetto). Ma a un sessantasettenne i cui musicisti sono sempre più autori degli arrangiamenti, e delle musiche, non gliene frega nulla di un tempo in grancassa di quattro quarti. Può rilassarsi, può fare musica, e testi, più alti, meno facili, al primo ascolto, ma molto più soddisfacenti ai seguenti. E poi, ovvio, c'è lo zoccolo duro dei fan, che lo seguiranno sempre, per quello che è, anzichè per quello che fa. Per quello che rappresenta. Secondo taluni il trez d'union fra Fabrizio De Andrè e Francesco De Gregori (bisogna pur tentare di accomunare i cantautori, no?). Per me, un cantante e un uomo di talento e dote. E, anche, perchè no, uno di quei vecchi a cui lui ha sempre portato rispetto, e che ora merita lo stesso rispetto.
