Guccini viene spesso definito il cantante di una generazione, più spesso ancora il cantante che abbraccia due generazioni, che è capace di far sognare giovani e adulti. Nulla di più qualunquista, spesso e volentieri. Come se le sue canzoni piacessero a vecchi e giovani. Che è vero, ma per capire il fenomeno, è opportuno analizzare la musica nel suo complesso. La musica "per giovani" oggi, è leggera, musicalmente semplice e testualmente poco impegnata, quando, e se, il testo è comprensibile, perchè italiano, e sensato, visto che per un'estate intera il tormentone era "dammi tre parole, sole cuore e amore". Di Guccini, invece, il testo è comprensibile. E "abbraccia" generazioni. No, semplicemente, ha un repertorio sconfinato. E quindi, le stesse canzoni piacciono ai giovani, perchè son state scritte per i giovani da un Guccini giovane, ma anche ai "meno giovani", perchè ricordano loro la gioventù. Poi c'è il suo essere comunista, rivoluzionario, anarchico, o come volete definirlo. Ma questo impegno politico intacca solo in parte, e neppure una parte così grossa, il Guccini che amiamo. Francesco Guccini scrive sulla vita, o su come gli spettatori la vivono, sull'amore e sull'odio, sull'essere lasciati, sulla bellezza, sul sesso, e sulla politica, certo. Perchè è solo la società odierna italiana che ci fa pensare che la politica possa essere una cosa marginale, o separata, dagli altri aspetti della vita, quando invece, insegnava Gaber, libertà è partecipazione. Il novo Guccio può essere definito oltre il '98, anno in cui uscì il doppio cd live, e poi dal nuovo millennio, con Stagioni. Gli arrangiamenti sono di un Guccini che sembra aver scoperto il jazz, e Inverno '60, con uno dei migliori clarinetti allora in circolazione, se non il migliore clarinettista jazz italiano di tutti i tempi, Hengel Gualdi. Gli arrangiamenti sono certamente più curati, più pieni, ma i musicisti che "ronzano" attorno al maestrone sono sempre stati validi, e certamente la loro eccletticità regala sempre un concerto che vale il costo del biglietto. Le "nuove" canzoni, dunque, danno voce a un Guccini vecchio, perchè maturo. a sessant'anni, è una presa in giro. Perchè canzoni che fanno parlare un ora sessantasettenne, con arrangiamenti lontani dal facile e conosciuto possano allora piacere ai giovani, è una domanda che contiene in sè il germe della risposta. Il facile e il conosciuto sono elementi essenziali per la musica usa e getta che gira, purtroppo, oggigiorno, vittima di un mercato che stronca i meno prolifici, e provate voi a pubblicare ogni anno, o ogni due, provando, chessò, a comporre in 11/8. (i fortunati possessori del vinile de L'isola non trovata troveranno i ringraziamenti di Guccini a Vince Tempera, che riuscì a dissuaderlo, per l'appunto, di cercare di utilizzare il tempo suddetto). Ma a un sessantasettenne i cui musicisti sono sempre più autori degli arrangiamenti, e delle musiche, non gliene frega nulla di un tempo in grancassa di quattro quarti. Può rilassarsi, può fare musica, e testi, più alti, meno facili, al primo ascolto, ma molto più soddisfacenti ai seguenti. E poi, ovvio, c'è lo zoccolo duro dei fan, che lo seguiranno sempre, per quello che è, anzichè per quello che fa. Per quello che rappresenta. Secondo taluni il trez d'union fra Fabrizio De Andrè e Francesco De Gregori (bisogna pur tentare di accomunare i cantautori, no?). Per me, un cantante e un uomo di talento e dote. E, anche, perchè no, uno di quei vecchi a cui lui ha sempre portato rispetto, e che ora merita lo stesso rispetto.
